Il primo capitolo del libro di Weber “The success of open source” mi è sembrato molto interessante per diversi motivi.
In primo luogo, perchè parte da alcune domande di fondo forse scontate, ma proprio perchè scontate, facili da perdere di vista nel momento in cui ci si avvicina ad analizzare il fenomeno dell’open source: perchè dovremmo interessarci al fenomeno dell’open source? Perchè il tema ci affascina e ci appare intrigante sotto moltissimi punti di vista diversi? E, infine, perchè costituisce un fenomeno differente da molti altri sviluppatisi nell’”era della comunicazione”, pur condividendo con alcuni di essi molteplici aspetti?
L’impianto del ragionamento sviluppato da Weber si basa sul concetto di proprietà, e questo costituisce un secondo elemento secondo me piuttosto interessante. La proprietà come la intendiamo comunemente, infatti, nella riflessione dell’autore, non è che una delle accezioni possibili del concetto. Attraverso spunti che passano dal filosofico al sociologico, passando per esempi di tipo economico (quello della Coca Cola, in particolare, molto significativo), Weber arriva a definire uno dei punti più importanti del capitolo: il concetto di proprietà, calato nel fenomeno dell’open source, diventa intrinsecamente legato alla volontà di distribuzione. Così, il diritto a possedere è sostituito dal diritto a diffondere la conoscenza creata e modificata, e a distribuire il proprio lavoro tra moltissimi altri utenti autodeterminati e, in modo ideale, paritari.
Da qui, il passo successivo del ragionamento chiama prevedibilmente in causa i fondamenti di tutte le teorie dell’organizzazione del lavoro e della gerarchia di potere ad essa legata.
Il fenomeno dell’open source, infatti, smonta tali fondamenti, di fatto facendo emergere numerosi interrogativi sulla natura della governance che si crea all’interno di un processo produttivo che per dimensione e impatto ha raggiunto livelli estremamente complessi. In altre parole, come può accadere che tante persone in così diverse parti del mondo, e in tali quantità, si dedichino per scelta volontaria e senza retribuzione allo sviluppo di un software che non porterà gloria a nessuno di loro? Come può venirsi a creare una dinamica di coordinamento e divisione del lavoro senza la creazione di una gerarchia?
Weber, chiaramente, non risponde a queste domande in questo capitolo, e non so se lo faccia nella parte restante del libro; certamente, tuttavia, lascia intravvedere che la questione è meno idealistica e idilliaca di quello che si potrebbe pensare. Ovvero, che sarebbe troppo rassicurante pensare che non si formino gerarchie di potere all’interno di questo processo, o che la maggior parte degli sviluppatori siano mossi da una genuina volontà di contribuire alla libera conoscenza come ideale tout court.
L’autore infine presenta quattro macro-aree all’interno delle quali può muovere il ragionamento sull’open source:
- il contesto della rivoluzione di internet, per le sue caratteristiche, porta a ritenere come non siano la presenza dell’open source in sé, né tantomeno la diffusione di Linux o di Apache, a costituire una rivoluzione, quanto piuttosto l’insieme dei processi che hanno creato questi fenomeni
- il contesto potremmo dire relazionale, ovvero lo spazio simbolico nel quale la comunità di sviluppatori di software open source interagisce, costruisce, definisce le proprie pratiche e le proprie identità; in altre parole, come stabilisce i propri principi organizzativi
- lo stretto legame, già evidenziato, tra processi economici e nozione di proprietà all’interno del contesto dell’open source, e la fondamentale differenza tra il diritto a possedere e il diritto a distribuire e diffondere
- la portata del fenomeno, soprattutto in relazione al futuro, ovvero pensando all’esistenza di altri ‘knowledge domains’ in grado di essere assimilabili, dal punto di vista della struttura, all’esperienza dell’open source
Infine, dunque, il testo pone diverse questioni, che in qualche modo mi sembra abbraccino più o meno tutti gli ambiti che il dibattito sull’open source chiama in causa: quello economico, quello sociologico, quello politico. Proprio per questo, ho l’impressione che l’apparente banalità e semplicità delle domande non debba lasciar presumere che le risposte, se presenti nella parte restante del libro e da parte di altri partecipanti al dibattito, saranno pacifiche, univoche o di facile formulazione.
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