Per la prossima settimana e sull’ultima lezione

Novembre 27, 2009 mauriziot Lascia un commento

Come detto questa mattina a lezione, la lettura per la prossima settimana è il capitolo 3 “The concept of the commons” dal libro “Copy, Rip, and Burn” di David Berry.

Sarà presto disponibile su questo blog.

Inoltre, si è deciso che, essendo io assente nella giornata del 16 dicembre, le ore da tenersi in quella data verranno tenute il 9 dicembre, arrivando così ad un incontro “lungo”. Nel caso ci fossero problemi di aula, ve lo comunicherò.

A presto

maurizio

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Steven Weber, il successo dell’opensource. Luca Zambelli

Novembre 27, 2009 lucazamb Lascia un commento

Secondo Steven Weber è possibile comprendere l’influenza dell’opensource sulla società tenendo in considerazione diverse prospettive. Infatti il mondo dei software ha un impatto sull’ambito economico, ma anche sociale e politico.

Una analisi economica del fenomeno può essere un utile strumento per iniziare, ma rimane un punto di partenza, non esaurisce l’argomento. Il nostro autore individua infatti almeno altri 4 ambiti problematici da analizzare per comprendere il fenomeno:

1) bisogna tenere conto del contesto della rivoluzione di Internet. Anche analizzando le rivoluzioni passate, ad esempio la rivoluzione industriale, emerge che ad essere rilevante non era tanto la singola invenzione, la manifestazione di un processo, ma il processo stesso, che il singolo oggetto rappresenta. Sebbene quindi l’Open Source non abbia cambiato tutto, ha avuto importanti conseguenze riguardo la possibilità degli individui e le organizzazioni nelle new economy. È un sistema di innovazione che cambia le conoscenze convenzionali dei limiti delle divisioni del lavoro. L’ Open Source si fonda anche sull’idea che è importante il codice, ma ancor più importante è il processo con il quale il codice viene costruito.

2) la relazione tra comunità, cultura e commercio è in evoluzione. L’ OS comunity sta seguendo una serie di principi organizzativi funzionali ad una caratterizzazione delle OS comunity come comunità vere e proprie. L’OS comunity si relaziona necessariamente con le diverse istanze economiche e politiche, anche se spesso in modo non del tutto trasparente.

3) L’OS cambia la natura della collaborazione e produzione nei processi economici basati sulla conoscenza. Cambia il concetto di proprietà. La proprietà non è più intesa come diritto di esclusione, ma come diritto di distribuzione.

4) infine Weber propone l’interrogativo riguardo l’estensione di questo fenomeno. Anche nel caso questo fenomeno fosse molto limitato avrebbe delle importanti implicazioni per gli studiosi delle scienze sociali interessati allo studio della cooperazione su larga scala, inoltre ha importanti implicazioni in campo economico e di crescita dello svilupo. L’autore propone un quesito per lui fondamentale sulla materia: l’ambito della conoscenza è simile a quello del software?

L’autore vuole dare risposta a queste ipotesi:

-ruolo degli artefatti tecnologici e delle idee che sottostanno ai fenomeni concreti. Nelle rivoluzioni economiche un ruolo rilevato è svolto dalle innovazioni tecnologiche ma secondo analisi classiche maggiore è la rilevanza delle idee. Una certa attenzione va rivolta alla tentazione di rivolgere l’attenzione in misura maggiore alla parte destruens che a quella costruens, per utilizzare termini shumpetteriani per definire questo fenomeno.

-Cosa significa proprietà, e qual’è il significato per i free-rider.quale genere di caratteristiche seleziona questo sistema? È possibile costruire una economia di lavoro attorno al cuore economico, e societario il cui centro sia una condizione di proprietà come distribuzione.

-Ed infine quanto è esteso questo genere di fenomeno?

Il legame tra OS e società è quindi secondo Weber molto forte. Quanto più la società si caratterizza come società dei servizi, basata sulla conoscenza, tanto più assume caratteri simili alla comunità OS.

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Il successo del’open source, S.Weber

Nell’introduzione al suo lavoro, Weber si propone di gettare le basi per un approccio analitico al fenomeno dello sviluppo e della diffusione a macchia d’olio dell’open source. La pittaforma open source si è rapidamente propagata di settore in settore, dalle imprese alla pubblica amministrazione in America. Il taglio dell’analisi consiste in una prospettiva socio-economica e giuridica su questo genere di software. Considerare queste categorie legate alle scienze sociali nell’ambito della creazione e implementazione di sitemi informatici e informativi dà la dimensione della portata innovativa del processo di diffusione dell’open source. Ebbene è questo l’interesse dell’autore, mettere in luce come la comparsa di una nuova  concezione di una tecnologia informatica abbia pesanti conseguenze su strutture preesistenti, con diversi gradi di sedimentazione e accettazione collettiva. I due punti di partenza dell’analisi sono il ribaltamento della prospettiva del diritto di proprietà intellettuale e la configurazione dei rapporti d’interazione tra i programmatori che costantemente lavorano allo sviluppo dei software open source. Il diritto proprietà intellettuale è il primo assioma messo in discussione. Fino alla comparsa dell’open source era pacifico che la creazione di un’opera d’ingegno, come un software, conferisse i diritti di sfruttamento a chi deteneva tale diritto escludendo di fatto gli altri dalla libera fruizione della “scoperta”. Il diritto su cui si basa il processo di propagazione dell’open source è invece di segno opposto: inclusivo. L’open source cera una nuova modalità di rapporto tra chi effettua la scoperta e chi intende usufruirne, e cioè il diritto di uso e l’impossibiltà di escludere terzi dall’uso stesso. Il secondo punto principale dell’analisi è spiegare com’è possibile una divisione del lavoro che consiste in una partecipazione cooperativa e coordinata di una serie di singoli programmatori o “geeks” sparpagliati nello spazio globale e provenienti da contesti differenti, a volte anche molto differenti.

L’analisi in quanto tale non può certo fornire un’ immagine santificatrice o di esaltazione incondizionata di un cerdo o di una certa realtà. Deve a tal scopo avvalersi di un qualche strumento di osservazione, nel caso di Weber si tratta della lente dell’economia politica. L’autore chiarisce appunto che l’open source non è una realtà idilliaca in cui regnano collaborazione, cooperazione, una perfetta divisione del lavoro, equità di poteri, giustizia. No, anche l’open source riproduce diseguaglianze e rapporti asimmetrici di potere, anche sull’open source si fa business. Il punto è però comprendere in che modo questa reltà d’avanguardia crea partcolari patterns di azione politica e socioeconomica. Si diceva precedentemente della lente dell’economia politica. Tale tipo di lente conduce l’autore che l’ha adoperata  a vedere due punti sostanziali: l’azione collettiva e la divisione del lavoro(di cui si accenava prima).

La tematica dell’azione collettiva è un problema “storico” negli studi di economia politica che hanno di fatto privilegiato l’individualismo metodologico. Questo fino alle riflessioni sul tema di Mancur Olson e l’elaborazione del suo celebre paradosso. Già negli anni Sessanta, Olson avava mostrato come l’azione collettiva non può nascere necessariamente e unicamente dall’aggregazione di interessi individuali. E’ necessaria la presenza di un’ideologia, di una morale, dei valorie degli altri elementi culturali e immateriali, quelli che per intenderci creano un qualcosa che si avvicini ad una comunità, che l’economia classica considerava frizionali o derivati. Da Olson in avanti entra anche in economia il peso di tali fattori che Weber utilizza per l’analisi dei gruppi di programmatori che lavorano insieme sull’open source. Questo ci conduce al secondo punto, ossia la divisione del lavoro. Da un’analisi del processo di produzione di un software e dalla constatazione della sua estrema complessità Weber mette in luce la neccesità di un lavoro collaborativo. Nella creazione di open source si crea una colaborazione orizzontale che da un luogo ad una struttura a”bazaar”, riprenendo la metafora di Raymond. Il problema diventa quindi l’analisi delle conseguenze di questo modello sulle pratiche di lavoro e implementazione, e sulla “sovrastruttura”, ossia sui rapporti sociali derivanti da questi “rapporti di produzione”. La particoalrità del contesto open source è la posizione non centrale del guadagno monetario. Il guadagno infatti non è l’aspetto o lo scopo centrale di questo modello cooperativo e di divisione del lavoro. Verrebbe quasi da pensare che i valori e la morale costituiscano un motore esterno rispetto ai “rappporti di produzione”. Ciò non deve ovviamente distogliere l’analisi da quelle che sono le dinamiche interne della “comunità”, termine con cui i programmatori identifaicano il proprio ambiente di lavoro relativo all’open source. Per dinamiche interne si intendono quei processi di attribuzione di ruoli, gestione del potere, accettazione di normee e socializzazione.

L’analisi, nell’ottica dell’economia politica, al termine dell’intoduzione si concentra su tre questioni principali: motivazioni individuali, coordinazione  nel lavoro e complessità (riferita all’attività lavorativa per la creazione di sostware open source).

P.S.

Mi scuso per la formattazione e soprattutto per il grassetto,  davvero inguardabile, ma non sono riuscito ad eliminarlo in alcun modo.

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1001 domande sull’open source

Novembre 26, 2009 marapieri Lascia un commento

Il primo capitolo del libro di Weber “The success of open source” mi è sembrato molto interessante per diversi motivi.

In primo luogo, perchè parte da alcune domande di fondo forse scontate, ma proprio perchè scontate, facili da perdere di vista nel momento in cui ci si avvicina ad analizzare il fenomeno dell’open source: perchè dovremmo interessarci al fenomeno dell’open source? Perchè il tema ci affascina e ci appare intrigante sotto moltissimi punti di vista diversi? E, infine, perchè costituisce un fenomeno differente da molti altri sviluppatisi nell’”era della comunicazione”, pur condividendo con alcuni di essi molteplici aspetti?

L’impianto del ragionamento sviluppato da Weber si basa sul concetto di proprietà, e questo costituisce un secondo elemento secondo me piuttosto interessante. La proprietà come la intendiamo comunemente, infatti, nella riflessione dell’autore, non è che una delle accezioni possibili del concetto. Attraverso spunti che passano dal filosofico al sociologico, passando per esempi di tipo economico (quello della Coca Cola, in particolare, molto significativo), Weber arriva a definire uno dei punti più importanti del capitolo: il concetto di proprietà, calato nel fenomeno dell’open source, diventa intrinsecamente legato alla volontà di distribuzione. Così, il diritto a possedere è sostituito dal diritto a diffondere la conoscenza creata e modificata, e a distribuire il proprio lavoro tra moltissimi altri utenti autodeterminati e, in modo ideale, paritari.

Da qui, il passo successivo del ragionamento chiama prevedibilmente in causa i fondamenti di tutte le teorie dell’organizzazione del lavoro e della gerarchia di potere ad essa legata.

Il fenomeno dell’open source, infatti, smonta tali fondamenti, di fatto facendo emergere numerosi interrogativi sulla natura della governance che si crea all’interno di un processo produttivo che per dimensione e impatto ha raggiunto livelli estremamente complessi. In altre parole, come può accadere che tante persone in così diverse parti del mondo, e in tali quantità, si dedichino per scelta volontaria e senza retribuzione allo sviluppo di un software che non porterà gloria a nessuno di loro? Come può venirsi a creare una dinamica di coordinamento e divisione del lavoro senza la creazione di una gerarchia?

Weber, chiaramente, non risponde a queste domande in questo capitolo, e non so se lo faccia nella parte restante del libro; certamente, tuttavia, lascia intravvedere che la questione è meno idealistica e idilliaca di quello che si potrebbe pensare. Ovvero, che sarebbe troppo rassicurante pensare che non si formino gerarchie di potere all’interno di questo processo, o che la maggior parte degli sviluppatori siano mossi da una genuina volontà di contribuire alla libera conoscenza come ideale tout court.

L’autore infine presenta quattro macro-aree all’interno delle quali può muovere il ragionamento sull’open source:

  1. il contesto della rivoluzione di internet, per le sue caratteristiche, porta a ritenere come non siano la presenza dell’open source in sé, né tantomeno la diffusione di Linux o di Apache, a costituire una rivoluzione, quanto piuttosto l’insieme dei processi che hanno creato questi fenomeni
  2. il contesto potremmo dire relazionale, ovvero lo spazio simbolico nel quale la comunità di sviluppatori di software open source interagisce, costruisce, definisce le proprie pratiche e le proprie identità; in altre parole, come stabilisce i propri principi organizzativi
  3. lo stretto legame, già evidenziato, tra processi economici e nozione di proprietà all’interno del contesto dell’open source, e la fondamentale differenza tra il diritto a possedere e il diritto a distribuire e diffondere
  4. la portata del fenomeno, soprattutto in relazione al futuro, ovvero pensando all’esistenza di altri ‘knowledge domains’ in grado di essere assimilabili, dal punto di vista della struttura, all’esperienza dell’open source

Infine, dunque, il testo pone diverse questioni, che in qualche modo mi sembra abbraccino più o meno tutti gli ambiti che il dibattito sull’open source chiama in causa: quello economico, quello sociologico, quello politico. Proprio per questo, ho l’impressione che l’apparente banalità e semplicità delle domande non debba lasciar presumere che le risposte, se presenti nella parte restante del libro e da parte di altri partecipanti al dibattito, saranno pacifiche, univoche o di facile formulazione.

Il successo dell’Open Source

Novembre 26, 2009 silpes Lascia un commento

Secondo Steven Weber il successo dell’Open Source è dovuto al suo concetto contro-intuitivo di proprietà su si basa, incentrato sul criterio della distribuzione e non su quello dell’esclusione.

L’autore concepisce la proprietà in un senso molto ampio, che include non solo “chi possiede cosa” ma anche cosa ciò significhi in termini di diritti e responsabilità.

Tale concetto è difficile da comprendere immediatamente perché nella nostra società si tende ancora a concepire la “proprietà” in modo tradizionale, intendendola come il diritto di escludere l’altro dall’utilizzo di qualcosa che appartiene a me.

Weber per spiegare come il software libero si differenzi da quelli proprietari di compagnie come la Microsoft utilizza l’analogia illuminante con la Coca Cola. Il consumatore di questa bibita si trova nella stessa identica condizione dell’utente di un software proprietario: egli può comprare il prodotto e usufruirne. Ma senza poter capire il modo in cui esso è fatto, il cliente non sarà mai in grado di riprodurre e ridistribuire tale “artefatto”.

Quando parliamo di Open Source abbiamo a che fare con una situazione opposta: il codice sorgente è infatti totalmente condivisibile e chiunque ha la possibilità di apporre modifiche  e migliorie.

L’Open Source non è destinato a sparire perché ha infinite potenzialità che si possono ulteriormente sviluppare.Le sue caratteristiche hanno dei risvolti di tipo “politico”: esso non è certamente una idilliaca comunità di amici dove regnano il consenso e l’accordo.

Il conflitto è infatti un apetto endemico di questa comunità e non è raro che esso si verifichi. La sua gestione è politica: c’è un’organizzazione al lavoro, caratterizzata da ruoli, norme comportamentali, procedure decisionali e perfino meccanismi sanzionatori. Ma si tratta comunque di una comunità basata sulla condivisione delle conoscenze e capacità, in cui le differenze possono diventare occasione di confronto, utile al raggiungimento di risultati migliori.

Per Weber questi aspetti dell’Open Source devono essere chiari a tutti, anche alle persone che non si considerano propriamente degli “addetti ai lavori”. L’Open Source fa infatti parte del mondo reale e incide sul processo di produzione conoscenza, fornendo nuovi approcci e prospettive nei confronti dei classici problemi di cooperazione sociale.

(Silvia Pesaro)

 

il successo dell’ Open Source- S.Weber

Novembre 26, 2009 mdodvd Lascia un commento

Attraverso il testo weber cerca di farci capire l’importanza del software libero parlandoci del concetto di proprietà. Egli ci tiene a sottolineare come nel mondo del open source l’idea di proprietà sia molto diversa da quella che consideriamo abitualmente quando ci riferiamo al mercato. Aspetto fondamentale è riconducibile alla condivisione del codice sorgente dove qualunque persona può potenzialmente modificare ed accrescere il valore del codice secondo le proprie idee.

Weber si sofferma quindi sulle ricadute politiche di questa necessità/scelta dove il codice sorgente può essere condiviso, sviluppato, cambiato in un contesto non classicamente di mercato. Aspetto incredibilmente interessante è come il software libero si rapporta con il mercato: questo rapporto non è vissuto in maniera conflittuale, come si potrebbe finire per pensare, ma l’idea che orientando le proprie scelte avendo sempre presente funzionalità, affidabilità e velocità è possibile costruire un “sistema migliore”

 Successivamente weber si sofferma sui caratteri dell’open source, sul suo futuro, spiegandoci le potenzialità del suo sviluppo e diffusione chiarendo che non bisogna immaginarselo come un mondo di pura condivisione, ma dove anche il conflitto rappresenta un occasione di arricchimento, dove motivazione e coordinamento soprattutto nello sviluppo di grandi sistemi sono una necessita, un obbligo per raggiungere qualche risultato. Vi è poi un tentativo importante di  dipingere il software libero come un fenomeno sociale in grado di rovesciare gli usi, e le pratiche lavorative che circondano il mondo del software…

 Mi chiedo: sarà veramente così?

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“The Success of Open Source” commento di Sofia Barbazzeni

Novembre 26, 2009 sofi Lascia un commento

Questa introduzione del testo “The Success of Open Source” di Steven Weber cerca di spiegare il Software Open Source in un’ottica globale. Weber richiama la tematica della “proprietà”. L’autore vuole intendere la proprietà non solo in riferimento a chi la possiede, ma si focalizza sul comprendere cosa significa “avere qualcosa di proprio”, quali diritti e responsabilità la proprietà conferisce, e cosi via. L’autore si focalizza soprattutto sul fenomeno OpenSource come «esperimento di organizzazione sociale intorno ad un concetto distintivo di proprietà». Quando parliamo di proprietà ci si riferisce, generalmente, ad “un qualcosa” che ci appartiene; nel caso dell’OpenSource, però, abbiamo la possibilità/diritto di distribuire e non ad escludere (il codice sorgente). Questo testo ci vuole in qualche modo aiutare a rispondere ad una questione importante relative all’OpenSource: come è possibile che programmatori di computer dislocati in più parti del mondo, quindi divisi da confini geografici ma anche culturali, riescono a lavorare insieme e costruire complessi sistemi di software molto sofisticati? La risposta è che software OpenSource, come Linux o Apache, hanno dimostrato il codice sorgente può essere costituito, mantenuto, sviluppato e ampliato in un contesto di non-proprietà. Vanno a svilupparsi due proposizioni: [1] Per gli scienziati sociali è un elemento importante questo, perchè viene a svilupparsi una cooperazione di piccola e grande scala; [2] il processo di software è un “mondo reale” modificato e creato in modo significativo da Internet. Lo scopo di questo libro è quello di spiegare come funziona il processo del Software OpenSource. È un saggio che si interessa dei rapporti tra tecnologia e società (sui cambiamenti portati dalla tecnologia in un determinato sistema) e di come funziona il processo di funzionamento del processo dell’OpenSource, ma anche del rapporto tra computer e software in relazione al codice che le persone considerano maggiormente funzionale, affidabile, veloce. Il codice OpenSource non vuole eliminare il capitalismo e il concetto generale di diritti di proprietà intellettuale. Sono le imprese e gli individui che creano prodotti intellettuali e di creare quel business per il codice sorgente dell’OpenSource. L’autore vuole ricordare che in questa comunità idilliaca di “like-minded friendsnon sempre si giunge ad un accordo facile tra i vari utenti. In realtà il conflitto non è insolito. Weber si sposta poi ad analizzare la caratteristica tipica dell’OpenSource, ovvero che se esempio Coca-Coca non ha comunicato la sua formula e la mantiene giuridicamente segreta e Microsoft non rilasciano il codice sorgente cosi da impedire la riproduzione, la modifica o il possibile miglioramento, contrariamente nel software OpenSource, il codice segreto viene proposto in una “ricetta semplice e comprensibile per ogni computer” che permette cosi miglioramenti, modifiche e riproduzione del codice stesso. Il software OpenSource inverte la logica posseduta da Microsoft. L’essenza del software OpenSource è il codice sorgente libero. Il codice sorgente è appunto libero, pubblico e non possiede proprietà. Quindi il codice sorgente:

  • può/deve essere distribuito;
  • è gratuito e senza copyright;
  • chiunque può modificarlo e migliorarlo.

Il fenomeno del software OpenSource non è marginale, anzi risulta essere una parte importante di questa economia e sarà sempre più in evoluzione nei prossimi decenni. Gli studiosi di informatica e di ingegneria del software valorizzano molto l’OpenSource per le sue caratteristiche tecniche. Il software OpenSource è un mix molto particolare di profonda innovazione. L’autore passa poi a prendere in considerazione un punto di vista legato alla economia politica per meglio comprendere e mettere a fuoco l’insieme complesso di comportamenti umani e sociali. Uno dei problemi fondamentali dell’economia politica è l’azione collettiva. Non è facile lavorare insieme in gruppi di grandi dimensioni verso un obiettivo comune [le persone hanno preferenze e motivazioni diverse]. La questione elementare che sorge a riguardo del “legame” OpenSource e economia politica è: perchè ogni persona sceglie di contribuire – volontariamente – al miglioramento, modifica di un bene pubblico? Per riassumerne Weber identifica 3 interessanti domande sul legame OpenSource e Economia politica:

  • Motivazione delle persone → il micro-fondamento dell’OpenSource si basa sui comportamenti delle persone. I programmatori scelgono volontariamente di destinare una parte del loro tempo e della loro mente ad un progetto comune;
  • Coordinamento → come riesco questi individui a trovare un coordinamento su un unico obiettivo quel è l’OpenSource? Il segreto è di riunire gli sforzi individuali in un unico sforzo collettivo.
  • Complessità → il software è un prodotto straordinariamente complesso (Legge di Brooks)

Il saggio di S. Weber vuole sostanzialmente rispondere a come si sviluppa il processo OpenSource in particolare concentrandosi sul ritratte il software Libero come un fenomeno sociale. Ma è anche un fenomeno politico perchè questo processo è governato sia da istituzioni formali che informali, norme, procedure. È anche un fenomeno economico sia in senso macro che in senso micro. Al contro del processo troviamo però gli individui impegnati in una sorta di rapporti “costi-benefici”. OpenSource ha implicazioni reali per l’organizzazione di produzione, per le strutture aziendali ed eventualmente per l’economia nel suo complesso. S.Weber prende, in questo testo, il punto di vista politico-economico come linea di base. Il saggio inoltre cerca di aprire una discussione molto ampia circa le domande che circondano e incorporano il processo di OpenSource. Le risposte a queste domande vengo date seguendo quattro aree generali: [1] la prima area riguarda la rivoluzione che ha investito Internet e la sua diffusione/estensione. l’OpenSource è l’esempio di ampliamento e scambio di informazioni sempre maggiore; [2] la seconda area riguarda l’evolversi dei rapporti tra la comunità, cultura e commercio in relazione alle tecnologie; [3] la terza area riguarda la natura della collaborazione e della produzione di conoscenza all’interno dei processi economici; [4] la quarta area è forse la più ovvia, ovvero quanto OpenSource è un fenomeno e quanto ampio è il suo campo di applicazione.

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Software non-proprietario

Novembre 25, 2009 davidedusi Lascia un commento

Il libro The success of open source parla del concetto di proprietà e di come questa rafforzi l’organizzazione sociale della cooperazione e della produzione nell’era digitale (andando a destabilizzare il modello di organizzazione gerarchico). La proprietà nell’open source si configura attorno al diritto di distribuire, e non a quello di escludere. Una delle domande fondamentali che si pone l’autore è: In che modo persone separate geograficamente e con barriere culturali, linguistiche etc, e comunicando tramite la rete, riescono a sviluppare complessi e sofisticati software che esulano da queste barriere? (considerando anche il fatto che non percepiscono compenso). Tale quesito per meglio inquadrare come complessi open source software (es. Linux, Apache) possano essere costruiti, mantenuti, sviluppati ed estesi anche in un ottica non legata al classico concetto di software proprietario.

Stiamo parlando di un processo di produzione di conoscenza che attraverso l’internet technology muta i significati, rimandando ad una nuova idea di proprietà intellettuale e di business. Non va dimenticato l’aspetto conflittuale all’interno di questo movimento. Infatti, a differenza di quanto si possa pensare, il conflitto non è affatto raro in questa comunità, e la gestione di tale conflitto è qualcosa di politico legato a poteri, interessi, regole, comportamenti, prese di decisione ecc. Il tutto avviene però senza concordare con la politica economica legata alle logiche dell’era industriale.

Weber riporta inoltre l’esempio della Coca-cola per spiegare la differenza tra il software proprietario (a pagamento e non modificabile) e quello libero (free e modificabile). L’autore poi si concentra su tre caratteristiche essenziali per dare una definizione di open source:

- il codice sorgente deve essere distribuito con il software o altrimenti reso disponibile non più che al costo di distribuzione;

- tutti possono ridistribuire il software gratis e senza costi per le licenze ecc.;

-tutti possono modificare il software o crearne altri da questo e poi ridistribuire i risultati.

L’open source si configura come qualcosa di concreto e non solo come un fenomeno marginale. Weber si concentra principalmente  su tematiche e problemi legati all’economia politica in relazione all’azione collettiva ed al fatto di investire il proprio tempo in un progetto anche in assenza di compenso.

Per quanto riguarda l’economica politica tre sono le questioni fondamentali che si pone Weber:

- la motivazione degli individui;

-la loro coordinazione;

-la complessità (legge di Brooks)

Si parla quindi di una sorta di Internet “revolution” legata allo sviluppo delle relazioni tra comunità, cultura e commercio.

Il successo dell’Open source

Novembre 25, 2009 ile87 Lascia un commento

Il testo di Steven Weber si focalizza sulla proprietà e come essa determini l’organizzazione sociale della cooperazione e della produzione nell’era attuale caratterizzata dalla diffusione delle ICT. Proprietà e organizzazione sociale si co-determinano a vicenda, e l’open source software rappresenta proprio un esperimento in una organizzazione sociale dove tutto ruota intorno a una particolare definizione di proprietà, molto diversa da quella convenzionale.

La proprietà nell’open source si configura nel diritto fondamentale di distribuire la propria versione del codice sorgente, dove nessuno è escluso dal poter modificare e diffondere una propria copia del software. Questo non è attuato dai produttori di software, che non rilasciano la propria “formula segreta”.

Interessante è l’aspetto politico messo in luce dall’autore, cioè l’open source software è caratterizzato anche da meccanismi di governance, che permettono la cooperazione tra i diversi gruppi di programmatori di computer. È un’organizzazione politica,in cui la collaborazione è resa possibile da procedure di decision-making, norme, processi di gestione del conflitto ecc.

Due quindi le questioni centrali: vedere come sia possibile questa cooperazione al di fuori di una logica aziendale e di compenso monetario, e come questa comunità  attui un processo creatore di conoscenza. Considerando l’espressione “free software” , free non significa necessariamente senza prezzo ma invece libertà di uso del codice sorgente, aperto, pubblico e non in mano a qualcuno in particolare. Il processo collaborativo, che permette l’esistenza e sviluppo dell’open source, contrasta con un altro modello organizzativo, quale è quello gerarchico.

Weber usa due metafore per caratterizzare questi modelli contrapposti:il bazar e la cattedrale. Le cattedrali rappresentano il modello gerarchico, in cui ogni decisione sul processo produttivo viene decisa dall’alto, mentre il bazar ben rappresenta il processo dell’open source, dato da una serie di contributi, anche diversi,  ”dal basso”. Questo modello organizzativo, reso possibile dalla pratica di creazione e modifica del codice sorgente di un software, mette in discussione la convenzionale divisione del lavoro decisa dall’alto. Il processo viene auto-gestito, senza un’autorità centrale, è quindi una nuova forma di “organizing”:questa può essere estesa anche ad altri tipi di produzione?

Tre le questioni di economia politica:

  1. motivazione dei singoli: cosa incentiva la partecipazione se non si riceve un compenso economico?;
  2. coordinazione fuori dai mezzi classici attuati nelle aziende;
  3. complessità dell’open source software inteso come artefatto tecnico dato da un processo sociale di creazione.

Il successo dell’open source software è dato proprio dal suo specifico processo organizzativo interno, che si pone come un’alternativa alla classica gestione gerarchica.

Capitolo 1

Novembre 25, 2009 lucas8686 Lascia un commento

  L’assunto di fondo da cui parte l’autore in questo capitolo è che la proprietà non si risolve semplicemente definendo chi possiede cosa, ma comprende tutta una serie di significati, diritti e proprietà, e di pratiche e idee che da questi scaturiscono.

Le domande cui si vuole rispondere sono: – perché tutta una serie di persone anche diversissime collaborano nella complessa opera di creazione di un software, senza una immediata gratificazione o premi che giusifichino la loro motivazione? e perché questo interessa anche a chi non si occupa di programmazione?

L’analogia per spiegare la distinzione tra software proprietario e software libero, è quella della Coca-Cola: anch’essa ha una ricetta segreta (come il codice dei software proprietari), protetta d vincoli legislativi. La conseguenza è che questi prodotti non sono comprensibili nel loro intimo funzionamento (data la loro irreversibilità), copiabili o trasmissibili, e soprattutto non sono passibili di innovazione.

I principi che invece definiscono il software libero son al contrario: 1 il codice sorgente deve essere distribuito assieme al software  accessibile a tutti 2 chiunque può distribuire gratuitamente il software 3 chiunque può modificare il software o ricavarne da esso degli altri.Per interpretare il fenomeno dello sviluppo e del movimento del software libero l’autore propone il punto di vista dell’economia politica. In prima battuta si arriva allora a interrogarsi sulla natura dell’azione collettiva. Ritornando alla domanda iniziale, com’è possibile che gente così diversa, distribuita nelle più disparate parti del mondo, si cimenti nell’immane, complessa, sofisticata opera di creazione di un software? E come ci riescono senza una struttura gerarchica di coordinazione? Linux è in questo senso il prototipo del bene pubblico, il tipo ideale data la grandezza, la complessità e l’intricatezza  dell’opera. Allo stesso modo si capisce come questo argomento sia di interesse non solamente degli esperti informatici e di chi si occupa di programmazione. L’esistenza e la continuazione di una tal opera (e non solo di Linux in sé, ma di tutta l’attività di programmazione condotta secondo i criteri del software libero) riguarda l’analisi dell’agire collettivo in società. Perché gli individui non cercano di approfittare del lavoro altrui mettendo in atto atteggiamenti di free riding? Come si coordinano? Per questo sarebbero gli studiosi di scienze sociali i primi interessati allo studio del fenomeno. Determinante sarebbe capire se questo processo è frutto di condizioni, comportamenti, valori, atteggiamenti, che possono essere generalizzabili in altri ambiti.                                                       

 La chiave di lettura di S. Weber è considerare l’open source principalmente come un fenomeno sociale, fatto di persone che interagiscono con i loro valori, interessi comuni, senso di comunità e ovviamente conflitti e disarmonie.  L’autore rileva che, soprattutto a riguardo dei fenomeni tecnologici, il focus del’attenzione è rivolto all’artefatto, all’oggetto tecnico, mentre in questo caso ciò che conta è il processo (sociale).                                                                         Affermando ciò Weber richiama l’articolo classico di R. Stallmann “La cattedrale e il bazar” nel quale si sottolinea allo stesso modo il primato del processo sul risultato, nel caso dello sviluppo ad opera di migliaia di programmatori-utenti di un complesso software funzionante (Linux).

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